Tilt fisso, tracker monoassiale, bifacciale verticale.
La scelta della configurazione non è una questione di catalogo, ma di equilibrio tra latitudine, coltura, mercato elettrico e vincoli normativi.
Ecco cosa dice la ricerca europea e perché la progettazione di un impianto agrivoltaico è il vero discrimine tra un progetto sostenibile e uno che non funziona.
Le tre configurazioni che la ricerca europea mette a confronto
Quando si parla di agrivoltaico, l’attenzione tende a concentrarsi sui pannelli: quanti, quanto producono, quanto costano. È un approccio comprensibile, ma fuorviante.
Il cuore di un impianto agrivoltaico non è il modulo fotovoltaico, ma il modo in cui i moduli vengono disposti sul terreno, l’altezza a cui vengono installati, la distanza tra i filari e l’inclinazione che assumono nel corso della giornata. In breve: la progettazione dell’impianto.
E qui emerge un fatto che il dibattito divulgativo raramente affronta con il giusto rigore: non esiste una configurazione “migliore” in assoluto.
Esistono configurazioni più adatte a un determinato contesto — fatto di latitudine, tipo di coltura, profilo dei prezzi dell’energia, requisiti normativi. Capirlo è il primo passo per distinguere un progetto serio da una proposta superficiale.
Uno studio recente pubblicato su Progress in Photovoltaics dall’Aarhus University ha analizzato sistematicamente tre configurazioni agrivoltaiche su scala europea: tilt fisso ottimale, tracker monoassiale orizzontale e bifacciale verticale (Niazi & Victoria, 2023). Sono le stesse tre famiglie tecnologiche che il Fraunhofer ISE — l’istituto di ricerca europeo più autorevole sul tema — utilizza nelle proprie linee guida operative.
Le differenze tra le tre sono sostanziali, e non si misurano solo in kWh prodotti.
Tilt fisso
Il tilt fisso prevede moduli monofacciali esposti a sud con un’inclinazione ottimizzata in funzione della latitudine.
È la configurazione più diffusa nel fotovoltaico tradizionale, ma in contesto agrivoltaico genera un pattern di ombreggiamento a strisce molto marcato: alcune porzioni di terreno ricevono fino al 100% dell’irraggiamento disponibile, altre scendono al 57%.
Lo studio Niazi & Victoria lo dice chiaramente: questa distribuzione disomogenea può creare irregolarità nella crescita delle colture.
Tracker monoassiale
Il tracker monoassiale ruota i pannelli lungo un asse nord-sud seguendo il sole durante il giorno.
È la configurazione che produce più energia in assoluto, in particolare alle latitudini meridionali europee, dove il guadagno rispetto al tilt fisso è più sensibile.
Sul terreno produce un’illuminazione molto più uniforme e ha un vantaggio operativo non trascurabile: la zona più ombreggiata si trova sotto la struttura, lasciando libere le fasce tra i filari, proprio quelle dove devono passare i macchinari agricoli.
Bifacciale verticale
Il bifacciale verticale monta i pannelli in posizione perfettamente verticale, con un lato esposto a est e l’altro a ovest.
È la configurazione con la resa elettrica annuale più bassa delle tre, ma con una caratteristica che la rende interessante in alcuni contesti: il suo profilo di produzione giornaliero ha due picchi (mattina e pomeriggio) anziché uno solo a mezzogiorno.
In mercati elettrici dove i prezzi crollano nelle ore centrali della giornata — un fenomeno sempre più frequente in Europa con l’aumento del fotovoltaico installato — questo profilo può tradursi in un price-weighted yield (resa pesata per il prezzo orario dell’energia) superiore a quello del tracker.
Lo studio danese lo dimostra empiricamente sui mercati di Belgio, Polonia, Francia e Serbia.

La variabile che cambia tutto: la densità di capacità
C’è un parametro che la progettazione agrivoltaica deve trattare con particolare cura: la densità di capacità, cioè la potenza installata per metro quadro di terreno.
È qui che si gioca l’equilibrio fondamentale dell’agrivoltaico: produrre energia senza compromettere la coltura sottostante.
Lo studio Niazi & Victoria identifica una soglia precisa: circa 30 W/m² è la densità che consente di mantenere oltre l’80% del terreno utilizzabile per le colture, anche per quelle a elevata domanda di radiazione. Spingere oltre questa soglia significa massimizzare la resa elettrica, ma a costo di ridurre progressivamente la superficie agricola effettivamente produttiva.
Questo numero non è un dettaglio tecnico: è il principio progettuale che separa un impianto agrivoltaico dove agricoltura e produzione elettrica coesistono in modo sinergico da un impianto fotovoltaico camuffato.
Il quadro normativo italiano: cosa impone la legge
In Italia, le Linee Guida MASE del giugno 2022 e il successivo DM 436/2023 hanno fissato i requisiti tecnici dell’agrivoltaico avanzato, quello che può accedere agli incentivi PNRR.
Tra questi spiccano tre soglie operative che ogni progetto deve rispettare:
- la producibilità elettrica dell’impianto deve essere almeno pari al 60% di quella di un impianto fotovoltaico standard di riferimento;
- la superficie agricola minima coltivabile deve coprire almeno il 70% dell’area dell’impianto;
- l’altezza minima dei moduli è di 2,1 metri per consentire il passaggio dei macchinari agricoli.
Sono vincoli stringenti, e non casualmente convergenti con quanto emerge dalla ricerca scientifica europea.
Sono la traduzione normativa di un principio: l’agrivoltaico è agricoltura più energia, non energia con un alibi agricolo.
Perché la scelta della configurazione è una decisione strategica, non tecnica
A questo punto è più chiaro perché la progettazione di un impianto agrivoltaico non possa essere ridotta a una scelta a catalogo.
Le variabili in gioco sono troppe e si influenzano reciprocamente:
- la latitudine determina quanto vale il guadagno del tracker rispetto al tilt fisso. Più si scende verso il sud Europa, più il tracker conviene in termini di resa pura.
- il profilo dei prezzi elettrici può invertire la classifica: il bifacciale verticale, ultimo per resa lorda, può diventare il primo per resa economica in mercati con prezzi infraorari molto variabili.
- la coltura prescelta definisce la tolleranza all’ombreggiamento. Una coltura a bassa domanda di radiazione consente densità di capacità più aggressive; una coltura ad alta domanda impone configurazioni più diradate.
- la meccanizzazione agricola vincola altezza e interasse: senza spazio operativo, l’attività agricola si ferma — e l’impianto perde i requisiti normativi.
La conseguenza pratica è che ogni progetto agrivoltaico è, per sua natura, un esercizio di ottimizzazione multiparametrica. Va costruito dal terreno verso l’alto, partendo dal piano agronomico e dalla coltura, non dal modulo fotovoltaico.

La vera differenza: chi progetta, e come
L’errore più comune nei progetti agrivoltaici falliti (ossia quelli che non raggiungono i requisiti di incentivazione, o che lasciano l’agricoltore con un terreno meno produttivo di prima) è di metodo, non di tecnologia. Nasce dall’invertire l’ordine delle priorità: prima il fotovoltaico, poi l’agricoltura come accessorio.
Una progettazione agrivoltaica seria fa l’opposto:
- parte dalle caratteristiche del suolo, dalla vocazione colturale del territorio, dalle esigenze meccaniche della coltivazione
- sceglie la configurazione fotovoltaica in funzione di questi vincoli e non viceversa
- costruisce un piano economico trentennale dove agricoltura ed energia generano due flussi di reddito stabili e coerenti, non un compromesso al ribasso tra due attività in conflitto
È un lavoro che richiede competenze incrociate — agronomiche, ingegneristiche, normative, finanziarie — e una visione che tenga insieme il ciclo di vita completo dell’impianto, fino al ripristino del terreno a fine concessione.
Chi affronta questa complessità con strumenti adeguati produce progetti che durano.
Chi la sottovaluta, no.


